lunedì 12 ottobre 2009

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martedì 9 dicembre 2008

casa del fascio

E’ stato pubblicato l’importante volume dedicato al restauro della Casa del Fascio a Caserta, nella centralissima Piazza Mercato (vecchia), con il titolo: Raffaele Cutillo – Luigi Spina, ex Casa del Fascio Caserta, cronaca di un cantiere in avanzamento, Electa 2008. E, in effetti, si tratta della documentazione delle fasi del restauro, passo dopo passo, con tutta una serie di belle foto, sia in bianco e nero che a colori. Tali foto documentano dello stato dell’edificio prima dei restauri, dopo i restauri – il restauro essendo stato completato il 28 aprile di quest’anno -, così come anche della zona centralissima nella quale il detto edificio sorge.

Si tratta di un’opera molto interessante, anche perché fa fare delle significative considerazioni sull’architettura attuale, o, per meglio dire, sull’anti-architettura dell’epoca presente. Difatti, quest’edificio emerge come un edificio che ha uno stile in una piazza tipica dell’epoca nostra, caratterizzata dall’assenza di uno stile, dalla costruzione come mera quantità abitativa e riempimento dello spazio, senza “segnarlo” in alcun modo. L’epoca finale della modernità, così, è riuscita in ciò che nessuna civiltà mai aveva compiuto: costruire qualcosa di assolutamente senza senso, senza valore, che non “segna” il paesaggio, ma è solo la proiezione di una relazione economico-quantitativa tra un possessore di capitale, che ha investito il detto capitale, ed uno o più compratori; e che tali compratori siano pubblici o privati non cambia l’anti-senso di tale “architettura”. La Casa del Fascio, invece, ha uno stile, che può piacere o non. E lo stile è sempre l’esternazione di un’ideologia, un’ideologia “tacita”, per questo ben più pregnante di un’ideologia esplicita, e per questo ben più pervadente.

Ogni civiltà, costruendo, ci dice chi e cosa essa è. L’attuale anti-civiltà dice al mondo che solo la relazione di scambio conta, il senso, il significato non hanno alcun posto in detta “civiltà”. Viviamo in un vuoto spinto, dove siamo tanti micro-atomi separati. Nell’assenza di senso ecco che ognuno reclama senso a gran voce, che sia sui muri imbrattati o sia sul web, “sparandole” a volte grosse pur di ottenere attenzione. Ciò significa che il mondo, nonostante tutto, è vivo, e necessita di un senso, di un orientamento, di una direzione, di un “qualcosa” infine, ma non lo trova guardandosi intorno: allora sogna. Sogna il senso perduto. Il senso, univoco, che il nichilismo, che non è l’assenza di senso ma la pluralità di sensi nessuno di essi essendo però “Il” Senso, è un’esigenza che sopravvive nonostante tutto, ma che non può esser soddisfatta perché la gente comune manca della cultura necessaria per farlo e le classi sia ecclesiale sia intellettiva non sanno ri-dare ciò che si è perduto. Ciò mi ricorda il detto di Adorno: “L’invidia degli dèi sopravvive agli dèi”. Ma torniamo alle questioni architettoniche. Guardando la Casa del Fascio immediatamente sovviene l’Eur di Roma: in effetti, quello è lo stile, l’ultimo stile prima delle “macchine per abitare” di dopo la guerra, quell’anti-stile di mega-strutture – la “sindrome dell’aeroporto” la chiamo – senza segni e senza significato, che si possono fare dovunque, uniformizzate, uniformizzanti, da Chicago alla Papuasia (Papua Nuova-Guinea), da Singapore a New York, da Milano al Borneo, al Brasile, in Sudafrica e nelle zone polari. L’unica differenza è quanto denaro si vuole investire. Non conta nient’altro, in realtà.

Non lo dico io ma importanti architetti, l’Eur è stato l’ultimo momento, in Italia, in cui abbiam visto un’architettura, uno stile. Questo non ha niente a che spartire con la glorificazione del fascismo, perché lo “stile anni Trenta” del secolo scorso si concepiva come riaffermazione dello stato nei confronti delle forze, allora già preponderanti, del mercato, forze che hanno vinto – e definitivamente – nell’ultimo scorso del secolo scorso, per poi essere del tutto incapaci di gestire il loro stesso successo, e siamo dove siamo. In Germania vi era lo stesso stile, anche se, come sempre, affetto dalla megalomania tedesca. In Russia si ha lo stesso stile, affetto dallo stalinismo. Insomma, ed è un punto importante, tale stile “anni Trenta” è indipendente dalle diverse ideologie, ma si concentra sulla riaffermazione dello stato, qual che sia, poi, l’ideologia di riferimento per tale riaffermazione, ideologia proletaria o nazionalistica. Da ciò derivano, dunque, vasti piani di tipo urbanistico, piazze, arterie larghe, l’esatto contrario di oggi!, edifici di stile neoclassicheggiante, ma rielaborati fra modernità e neoclassicismo. Tra l’altro, vi è persino un tendenza ad un certo ritorno al simbolismo, per quanto nascosta: per esempio, è stato dimostrato che vi sono valenze simboliche nel Mausoleo di Lenin della Piazza Rossa di Mosca. Si guardi la Casa del Fascio e poi tutti gli altri edifici moderni di Piazza Mercato: è l’unico edificio che significhi qualcosa, il resto sono “macchine per abitare”, per soddisfare l’esigenza, istintiva ed animale, dell’uomo di avere una casa, un rifugio, una “tana”.

E che quest’effetto di senso avvenga, ripeto, non ha niente a che spartire con la glorificazione di passate ideologie ma, invece, ci fa capire in che razza di abisso architettonico siamo sprofondati, particolarmente in Italia, particolarmente nel Sud. E Caserta è un esempio preclaro di tale oscurità somma, impenitente, immonda, noiosa ed insipida, in un mondo dove la mediocrità più becera regna sovrana come un ragno velenoso, tutto infettando con i suoi liquami mentali.

Andrea A. Ianniello

venerdì 19 settembre 2008

san pietro ad montes

mercoledì 3 settembre 2008

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